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domenica 18 maggio 2008

I left things so terribly...Undone


Difficile credere che siano di Denver. Non me ne vogliano quelli di Denver ma nel mezzo del deserto non ce li fai a suonare roba così romantica e melanconica. Su mezzo milione di abitanti ci sono tre uomini e una donna che si fanno chiamare DeVotchKa e suonano musica balcanica, quella fanfare e nostalgia ma con taglio folk americano. Il cambio continuo di ritmo e di registro di Undone (da A Mad & Faithful Telling) passa da una disperazione waitsiana alla speranza americana alla malinconia slava. Chitarra, fisarmonica, violino.
E da quei violini non vorreste mai allontanarti. Sei lucido. Sai cosa aspettarti. Ti aspetti un vetro della finestra bagnato dalla pioggia. Ti aspetti un qualcosa o qualcuno che se ne è andato, hai lasciato cose così terribilmente non fatte, incompiute.
Si parte piano, si aumenta il ritmo, il pezzo non prende il volo. Meglio così, rimane attaccato alla terra e ai nostri pensieri. Meglio così.
Collegamenti:
http://www.devotchka.net/cms/
http://www.myspace.com/devotchkamusic
http://www.justsomelyrics.com/2365277/Devotchka-Undone-Lyrics

domenica 27 gennaio 2008

The war is over e io l’ho persa (seconda versione)

Un brutto colpo, non so se vi è mai capitato, quando fate un bel sogno vi svegliate e cercate disperatamente di riaddormentarvi per riacciuffarlo, ma non capita mai. Oggi ho avuto un’esperienza simile e subito dopo un senso di amarezza mi ha sopraffatto, simile ad una delusione amorosa. Per riprendermi mi ci vuole qualcosa di parallelo a questo mio stato d’animo e le canzoni degli Stars di questo loro ultimo album In our bedroom after the war sono perfette per questo. Personal è una lenta ballata che sperimenta la traduzione in canzone di un annuncio personale, ti fa sentire la trepidazione di un appuntamento al buio vissuto con molto pudore, poi la delusione l’amarezza, un senso di solitudine che ritorna. In fondo è qualcosa di molto simile al mio sogno perso. Personal con il suo pacato incedere così scarno sembra una sorta di partita a ping pong alla moviola tra Torquil Campbell e Amy Millan che interpretano con delicata raffinatezza i loro ruoli con le loro bellissime voci.

E’ inutile dire che incrociamo le dita per Caroline! “sorry to be heavy but heavy is the cost, heavy is the cost”


P. S. : Ma secondo voi Cristicchi non c’entra niente?


La puoi ascoltare qui:
http://www.myspace.com/stars

Ma non male anche questa versione dal vivo:
http://www.youtube.com/watch?v=pP08KPWIl7Y&feature=related

Consiglio: Ascoltate Personal leggendo il testo


domenica 21 ottobre 2007

Suoni del nostro tempo

Avete visto nella foto qui accanto chi spunta dietro il chitarrista dalla chitarra rovesciata? Il nostro Pertini che dice “Italiani brava gente”. Vi ricordate? Ve ne ho parlato qualche tempo fa recensendo la cover di Cristicchi de “L’Italiano”.
In una canzone mi piacciono immediatezza e genuinità, cioè collegamento diretto con le cose che SENTI. Provate a SENTIRE, dunque, We were young dei riminesi Late guest (At the party) nel loro mySpace. Ci sono tutti e due i preziosi elementi in più il sound è veramente quello del nostro tempo con un tessuto elettronico che fa da base ad una canzone funk-punk, non manca una strana chitarra non protagonista e una gran voce che ricorda quella dei Pixies o addirittura i PIL. Siamo dalle parti di una struggente nostalgia di quando eravamo giovani (ma i nostri sono giovani) e visto che abbiamo toccato questi temi e che sono in vena di esperimenti vi propongo , dopo avere ascoltato We were young, di ascoltare l’ultimo recente album di Black Francis: non c’è né genuinità, né immediatezza tanto meno il sound del nostro tempo. Il cantante dei mitici Pixies, a differenza di altri, ha avuto almeno il buon gusto di rifiutare budget milionari per la ricostituzione dei Pixies.
Copritevi gli occhi e ascoltate la musica, fidatevi delle vostre orecchie che non vi tradiscono mai e diffidate dei titoloni o delle copertine dei giornali specializzati.
Fasti passati, il più delle volte, non bastano, il tempo non si può riavvolgere, se eri giovane non lo sei più e devi provare a fare qualcosa di diverso.

sabato 29 settembre 2007

You're not the only one


Si ringraziano per il loro prezioso insegnamento i seguenti gruppi. Questo dovrebbero scrivere sulla copertina i Fields, gruppo di Birmimghan al loro primo album. Sono infatti in debito con qualche decina di rock e pop band recenti e passati, un po' di Radiohead, qualcosa di Muse, qualche accordo U2 solo per citarne
alcuni.
L'album Everything Last Winter non può essere definito un lavoro originale ma si lascia ascoltare (più volte). Song For The Fields è notevole e sufficientemente schizofrenica per trascinare l'ascoltatore più depresso.
Una specia di ballata veloce indie-rock che a un certo punto esplode. La chitarra acustica lascia il posto ad un rock spinto ben calibrato e per niente noioso, una voce femminile ripete 12 volte "You're not the only one" e via ancora giù con le chitarre.
C'è del talento.
Potete ascoltare il pezzo (e altri del disco) su myspace o vedere il video su youtube (seguite i
link in basso). Ah, dimenticavo. Non è musica da camera, si apprezza con volume bello alto.

Collegamenti:
http://www.myspace.com/fieldsband
http://www.youtube.com/watch?v=zPaXlueW0bs

domenica 9 settembre 2007

Artigianato rock

Siamo dalle parti del nord ovest degli Stati Uniti, a Bosie capitale dell’Idaho uno degli stati più rurali, famoso per la coltivazione delle patate, e per l’alto tasso di analfabetismo. A Bosie Doug Martsch da una ventina di anni porta avanti il suo discorso musicale, iniziando prima con formazioni giovanili influenzate soprattutto dal Grunge nato in quegli anni nella vicina Seattle, città nella quale Martsch si trasferisce per un periodo, poi fondando i Built to spill nel 1992. Da allora la formazione ha visto diversi cambiamenti intorno al suo leader e ha affinato nel tempo sempre più la maniera di costruire le proprie canzoni fino a giungere a You in reverse, loro quinto album, uscito nel 2006. Il lavoro di affinamento durato tutti questi anni del modulo canzone e del personalissimo stile del gruppo fortemente caratterizzato dalla voce di Matsch e dalle chitarre elettriche che spesso emergono in sessioni in cui le melodie s’intrecciano e si rincorrono senza mai stancare o scadere nel virtuosismo ha dato luogo ad un album in cui gli episodi eccelsi sono numerosi. Tra questi Traces, il secondo brano del disco, è una bellissima canzone dal mood dolce-amaro, dal suono più lieve rispetto alle altre canzoni ma con le stesse caratteristiche riguardanti la voce e le chitarre che solo nel finale emergono in un brevissimo assolo. Bellissimo anche l’iniziale treble-graffiato di chitarra elettrica che poi spunta pianissimo una volta ancora prima dell’assolo finale.